Matera - Presso le Sale della
Caccia e nella Biblioteca Scheiwiller destinati dal MUSMA alle
esposizioni temporanee, l’antologica di Toti Scialoja.
La mostra, a cura di Giuseppe Appella, comprende 16 sculture datate
1958-1989, 35 tecniche miste datate 1938-1998, 125 disegni con animali
e poesie dedicati, tra il 1961 e il 1979, ai bambini, 50 disegni
inediti destinati, nel 1938-1939, all’Almanacco della Cometa, un ricco
apparato di immagini, documenti, libri, cataloghi che ripercorrono la
vita di Scialoja dall’infanzia alla morte, senza tralasciare la
giovinezza, gli studi, i primi interessi artistici, gli esordi, le
mostre, il mondo dello spettacolo, la letteratura, gli amici, la
critica, i rapporti con l’America, con De Kooning e Motherwell, la vita
d’artista tra Burri e Afro, gli anni Sessanta in Italia e in Europa,
gli anni Settanta e i viaggi all’estero, gli anni Ottanta e Novanta tra
pittura e poesia.
L’insieme dei materiali esposti permette di constatare come avviene la
nascita e la crescita del quadro, della scultura, della poesia in
Scialoja e, soprattutto, la tensione interiore o grande gioia di
esistere che lo sostiene, la volontà di assoluto che lo muove.
L’impegno psicofisico affrontato nella preparazione e nella messa a
fuoco dell’opera non è mai scemato in Scialoja, proprio per quel
rapporto evidente che c’è tra il pittore, il poeta e il critico. Tra
gli artisti della sua generazione, infatti, Scialoja è l’unico ad aver
fatto del pensiero critico un mezzo di creatività. Basta leggere le
pagine che negli anni Quaranta scriveva per “Mercurio” e quindi per
“L’Immagine”, i commenti sotto le riproduzioni a colori nel volume che
accompagnava la retrospettiva alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, o
sentirlo parlare di spazio, di colore, di luce, di ritmo, di realtà per
avvertire chiaramente quanto il pensiero fatto parola abbia nutrito la
pittura, si sia posto come struttura e metodo della pittura, proprio
sull’esempio di Leonardo: La pittura è cosa mentale. La stessa poesia
che, negli ultimi due decenni della sua esistenza, incontrò quella
fortuna toccata alla pittura, è suono pensante, armonia, musica, un
insieme di sonorità che chi ha visto Scialoja dipingere può meglio
comprendere nella sua complessità spaziale, gestuale, segnica. I suoi
pensieri, come i suoi dipinti, sono agganciati gli uni agli altri, come
corpi comunicanti in cui conoscenza e felicità sono connesse, anche
quel tanto di turbamento emotivo che la parola non può sciogliere ma
che, nonostante tutto, continua a fissarsi sulla carta con sorprendente
freschezza, la ripetizione come momento attivo del tempo, avida e
straordinariamente acuta nell’interrogazione del mondo e di se stessi.
Scrive Scialoja nel suo “Giornale di pittura”: “Dipingere è diventato
per me quello che doveva essere per i pittori antichi: semplicemente un
modo di “imitare per amore”. Imito la mia natura, cioè la mia cultura
(quella che amo), e insieme la mia sensazione di esistere (trasformo la
sensazione in certezza). La mia pittura tende non ad una immagine ma ad
una visione”.
Un discorso, a parte, merita la scultura. Scialoja nasce alla scultura
nel 1942, con il suo ingresso, come scenografo e costumista, in quella
forma complessa di manifestazione artistica che è lo spettacolo
teatrale in cui poesia, musica, architettura, pittura e scultura
concorrono fraternamente.
I suoi primi lavori con impostazione costruttivista sono L’opera dello
straccione e Capricci alla Strawinsky (1943), con quei valori cromatici
che corrispondono alle maioliche e alle terrecotte invetriate o
smaltate di Leoncillo, alle quali seguono Il mandarino meraviglioso
(1945), Rhapsody in Blue, Les Maries de la Tour Eiffel e Marsia (1948),
Le malentendu (1949), La morte dell’Aria (1950), One Way Street (1955),
Phersephone (1956), Povera Juliet (1964), lo spettacolo dedicato ai
ragazzi, con Italo Calvino che inventa un gruppo di favole sulle sue
sculture parietali e, dopo un lungo intervallo, nel 1986, per le
Orestiadi di Gibellina, Il ratto di Proserpina di Rosso di San Secondo.
La tensione, la scelta dei materiali (casse di imballaggio, sedie,
sughero, antichi ferri, chiodi, viti, corde), il metodo di lavoro sono
assolutamente plastici. Le forme sono sottoposte a ritmi diversi, a
sommovimento rotatori e ondulatori che, modificando i punti di luce,
rinnovano i colori e le forme stesse conducendolo alle quindici
sculture eseguite e fuse nel 1989. La materia è il das, una sorta di
fango che si riscatta, o di lievito che fermenta nel bronzo sulla cui
superficie, come su una epidermide umana, affiorano tutti passaggi
dello slancio vitale, dei palpiti che hanno originato le costruzioni
dei dipinti, le scansioni delle impronte degli anni Cinquanta
accartocciate in ritmi plastici e cromatici, lo squamarsi della forma
in volumi equamente distribuiti, distesi e trincerati gli uni negli
altri, secondo un progetto semplicissimo. Ha scritto Scialoja: “La
pittura è uno spazio da percorrere con l’occhio secondo una
direzionalità e, in certo modo, una irreversibilità. Così la scultura.
È un organismo da percorrere con la mano perché non dobbiamo
dimenticare che la curvatura è anche un modo di carezzare e di essere
carezzati”. Un processo invisibile di andare verso l’invisibile.
Toti Scialoja (Roma 1914 - 1998) è stato pittore e poeta, scenografo e
critico d’arte. Dopo gli studi classici e dopo le prime esposizioni
personali e collettive ha partecipato alla Resistenza. Nel dopoguerra
si è legato ai pittori Ciarrocchi, Stradone e Sadun, con i quali ha
esposto alla Galleria del Secolo di Roma (1947). Ha collaborato con
articoli di critica d’arte a diverse riviste, tra cui “Il Selvaggio” e
“Mercurio” e dal 1943 ha disegnato scene e costumi per numerosi
spettacoli di balletti e opere musicali in Italia e in America dove
presenta inoltre diverse personali di pittura nelle più note gallerie
d’arte. Il corso di scenografia da lui tenuto presso l’Accademia di
Belle Arti di Roma, che in seguito ha diretto, è stato il luogo di
formazione per molti artisti delle successive generazioni, tra i quali
Pino Pascali, Yannis Kounellis e Nunzio. I suoi libri sono apparsi con
Mondadori, Garzanti, Einaudi, Editori Riuniti, Edizioni della Cometa,
Bompiani, Scheiwiller.
L’inaugurazione della mostra, che rimarrà aperta fino al 17 aprile,
verrà preceduta da una conversazione di Giuseppe Appella e Franco
Vitelli che illustreranno l’arte e la poesia di Scialoja. Introdurrà
Raffaello De Ruggieri che ricorderà i viaggi di Toti Scialoja e
Gabriella Drudi a Matera e il lungo impegno da loro esplicato a favore
della cultura e della città.